domenica 28 settembre 2014

Appello: Il nostro 3 ottobre. Ad un anno dalla strage di Lampedusa

Il nostro 3 ottobre

Ad un anno dalla strage di Lampedusa. Non il giorno della memoria ma una giornata di mobilitazioni

L’anniversario del 3 ottobre, quando 368 donne, uomini e bambini persero la vita nel naufragio di Lampedusa, trova un mondo dilaniato dal diffondersi di conflitti asimmetrici inediti e dall’acuirsi di quelli che da decenni segnano il pianeta. Da Guantanamo ai tagliagole in Iraq, passando per le decine di migliaia di morti in Ucraina, a Gaza e in Siria, per la nuova guerra civile in Libia e il perpetrarsi delle dittature sanguinarie del Corno d’Africa, la stessa cultura dell’odio e del calcolo economico, che mai dà priorità alla vita e ai desideri delle persone, si sta materializzando in un orizzonte di devastazione e guerra probabilmente senza precedenti per l’intensità e le modalità globali.
I paesi occidentali hanno contribuito e contribuiscono quotidianamente alla diffusione di questa cultura e al protrarsi di questi conflitti, dei quali le migrazioni e le morti in mare cui stiamo assistendo sono una diretta conseguenza.
Per anni abbiamo contestato la divisione tra profughi e migranti perché strumentalizzata da tutti i governi per creare categorie di persone dai diritti differenziati. Ma oggi la questione dell’asilo e della “libertà di costruzione e di realizzazione del proprio progetto di vita in caso di necessità di movimento”, come scritto nella Carta di Lampedusa, assume un ruolo fondamentale, diventa la sfida per eccellenza alle frontiere, alle sovranità, alle cittadinanze, agli stessi diritti umani.
Senza dimenticare la libertà di movimento e il diritto di restare di tutti/e i/le migranti per come definiti dalla Carta di Lampedusa, non si può non tenere presente la stretta connessione che esiste tra i conflitti in corso e le persone che in questi mesi hanno raggiunto l’Europa passando per il Mediterraneo. Più del 35% di loro sono siriani/e. Gli/le altri/e sono in larga parte eritrei/e, somale/i, palestinesi, curdi/e.
Il 3 Ottobre non può e non deve essere solo il giorno nella memoria. Una giornata in cui gli stessi poteri che giocano costantemente a ipotecare il futuro di tutti e di tutte fingono di inchinarsi di fronte al ricordo delle salme di quella tragedia. Una tragedia che ha precise responsabilità politiche, come tutte le altre che hanno riempito di corpi il Mediterraneo negli ultimi vent’anni. 
I giorni della memoria si istituiscono in ricordo di un passato finito una volta per tutte. Ma il 3 Ottobre non ha mai avuto fine: il 3 Ottobre è anche l’11 Ottobre dello stesso anno, e poi, nel 2014, il 19 febbraio, il 12 maggio, il 30 giugno, il 19 luglio, il 2 e il 28 agosto, tutte date in cui si sono contati i morti in mare, fino agli 800 nelle acque libiche e maltesi nella sola seconda settimana di settembre.
Più i conflitti si inaspriscono e si diffondono, più le persone fuggono e muoiono.
Più le politiche migratorie europee impediscono ai migranti di attraversare le frontiere senza rischiare la vita, più si rendono complici della morte di queste decine di migliaia di vittime di guerra.
Le banalizzazioni e le semplificazioni dei discorsi istituzionali fanno rabbrividire in questo momento più che mai. Ancora di più, spaventa l’assunzione in buona fede di tante e tanti della logica del salvataggio in mare come l’unica possibile. Una logica che inevitabilmente alimenta la commistione ormai strutturale tra umanitario e militare e legittima il dibattito in corso tra l’Italia e l’Europa sul passaggio dall’operazione Mare Nostrum a una versione di Frontex imbellettata per l’occasione.
Non si può continuare a dare per presupposto che chi fugge debba rischiare la propria vita per raggiungere il Mediterraneo e dalle sue coste mettersi in viaggio sperando che qualcuno lo intercetti e lo salvi.
Pur consapevoli che è alle cause delle guerre che oggi bisogna guardare, e fino a che punto l’Unione europea sia complice di queste guerre e la prima responsabile delle morti in mare (altra forma o continuazione della guerra), le prime rivendicazioni che adesso si devono portare avanti sono per noi:
- L’ abolizione immediata del sistema dei visti d’ingresso e l’istituzione di un diritto di asilo senza confini, che sopprima definitivamente la logica del Regolamento Dublino in tutte le sue versioni, permettendo la reale libertà di movimento di chi chiede protezione internazionale in Europa e garantendone il diritto di restare dove sceglie.
- La costruzione immediata di percorsi di arrivo garantito che portino le persone in salvo direttamente dalle zone dei conflitti o immediatamente limitrofe ad esse fino all’Europa, mettendo a tacere ogni ipotesi di esternalizzazione dell’asilo politico nei cosiddetti “paesi di transito” extra Ue, come la Libia, l’Egitto, o la Tunisia, oggi più che mai incapaci di offrire i minimi standard di tutela dei diritti dei migranti.
- La diffusione di un’accoglienza degna, che rispetti le vite e i desideri degli uomini e delle donne che arrivano in Europa e si sostituisca interamente alla logica dell’emergenza e della speculazione sull’emergenza.
- La lotta senza quartiere contro tutte le campagne politiche e mediatiche di criminalizzazione dei migranti che, a solo un anno dal naufragio del 3 ottobre, tornano più che mai irresponsabilmente e indegnamente a connotare come “clandestini” i profughi in fuga dai conflitti, e ad allarmare la popolazione con inventati pericoli di epidemie e infiltrazioni terroristiche attraverso le rotte dell’asilo, alimentando senza ritegno la cultura dell’odio, della paura, dello “scontro di civiltà” e dell’islamofobia a fini demagogici.
Le risorse economiche perché ciò avvenga sono da trovare innanzitutto nell’immediata chiusura in tutta Europa dei centri di detenzione amministrativa per migranti, obiettivo di lotta per tutti noi, nonché nella riconversione delle spese volte alla militarizzazione del Mediterraneo e degli altri confini europei.
Perché il 3 Ottobre non sia solo la giornata della memoria, perché in quel giorno siano delegittimate le ipocrisie istituzionali, invitiamo ogni movimento, associazione, singola/o a costruire sul proprio territorio e con le modalità che riterrà più opportune, nello spirito della Carta di Lampedusa, dei momenti di mobilitazione che assumano queste rivendicazioni come parole d’ordine.
Primi firmatari:
Rete Antirazzista catanese, Comitato nomuos nosigonella (Catania), Coordinamento Antirazzista palermitano, Melting Pot Europa, Rifondazione Comunista, CIPSI - Coordinamento Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Laboratorio 53 (Roma), Le Mafalde (Prato), Ambasciata dei dei Diritti (Ancona), Ambasciata dei Diritti (Macerata), Centri Sociali delle Marche - Spazio comune autogestito TNT (Jesi), Csa Sisma (Macerata), Csa Asilo Politico (Ancona), Csa Kontatto (Falconara), Spazio Autogestito Arvultura (Senigallia), Csa jolly Roger (Civitanova Marche), Csa Fabbri (Fabriano), Squola spa (Pergola) - Ass. Ya Basta! Marche, booq (Palermo), Associazione Antimafie Rita Atria, Centro Sociale TPO Bologna, Associazione Città Migrante Reggio Emilia, Comitato l’Altra Europa con Tsipras di Perugia, Comitato Antirazzista Cobas (Palermo), Q Code Magazine, SOS Diritti (Venezia), Comitato Non laviamocene le mani (Rovereto/Trento), Associazione Garibaldi 101 (Napoli), Voglio Vivere Onlus, Polisportiva antirazzista Akapawa (Jesi), Progetto Rebeldia (Pisa), Razzismo Stop (Padova), Associazione Italia-Nicaragua (Circolo di Viterbo), Casa de Nialtri (Ancona), Polisportiva antirazzista Assata Shakur (Ancona), Casa dei Beni Comuni (Treviso), La Città Felice (Catania), LILA (Catania), Cobas Scuola (Catania), Associazione Rumori Sinistri (Rimini), Casa Madiba Network (Rimini), Polisportiva AutSide (Rimini), Centro Sociale Bruno (Trento), Labas occupato (Bologna), Associazione Senzaconfine, Laici Comboniani (Palermo), Laboratorio aq16 (Reggio Emilia), Casa Bettola (Reggio Emilia), Liberalaparola (Marghera), Razzismo Stop (Venezia), Borderline Sicilia, Associazione Di.a.Ri.A (Palermo), Laboratorio Occupato Morion (Venezia), S.a.L.E. Docks (Venezia), Sinistra Anticapitalista, Centro Sociale Occupato Autogestito Zona Ventidue (San Vito Chietino), Associazione A Sud, Associazione Oltreiconfini (Quarto d’Altino, Venezia), Circolo Arci Malaussène (Palermo), Centro Documentazione Conflitti Ambientali, Gruppo Consiliare Per me (Modena), CISS / Cooperazione Internazionale Sud Sud, Resistenze Meticce (Roma), Associazione Giù le Frontiere, Senzaconfine di Aprilia, Comitato Nomuos (Alcamo C.mare), Left-Lab, Associazione Afroitaliani/e, Rete Primo Marzo, Antonio Mazzeo, Associazione di Volontariato "Voli di Pace", Comunità in Resistenza/Csa Intifada Empoli, ALBA Art.3, Osservatorio contro le discriminazioni razziali Nourredine Adnane (Palermo), Associazione Tenda per la Pace e i Diritti, TILT!, Blob Laboratorio Giovani Comunicazione, MSNA Minori Stranieri Non Accompagnati, End Immigration Detention of Children, Binario 15 Onlus,
Checchino Antonini, Alessandra Ballerini, Guido Barbera, Moira Bernardoni, Luca Casarini, Leonardo Cavaliere, Marcello Cella, Paolo Cento, Jacopo Colombini, Alessandro Dal Lago, Irene di Cristina, Alessio di Florio, Francesca di Pasquale, Paolo Ferrero, Renzo Fior, Stefano Galieni, Glenda Garelli, Leila Giannetto, Cinzia Greco, Nicola Grigion, Gabriella Guido, Elisa Marini, Vanda Mariucci, Antonio Mazzeo, Sandro Mezzadra, Pietro Milazzo, Antonio Moscato, Flore Murard-Yovanovitch, Toni Negri, Luciana Negro, Federico Oliveri, Chiara Piola Caselli, Letizia Palumbo, Francesco Penzo, Isabella Peretti, Mimmo Perrotta, Lorenzo Pezzani, Giulietta Poli, Federico Rahola, Mariarosa Ragonese, Judith Revel, Annamaria Rivera, Agata Romeo, Ester Russo, Pinuccia Rustico, Emilio Santoro, Monica Scafati, Alessandra Sciurba, Federica Sossi, Martina Tazzioli, Claudia Urzì, Fulvio Vassallo Paleologo, Giacomo Zandonini, Ciccio Auletta, Anna Simone, Paola La Rosa, Beppe Caccia

per aderire: http://www.meltingpot.org/Il-nostro-3-ottobre.html#.VCj59md_umE



mercoledì 9 luglio 2014

CS Amnesty: LE POLITICHE IN MATERIA D’IMMIGRAZIONE DELL’UE METTONO A RISCHIO VITE E DIRITTI

COMUNICATO STAMPA                                                                                                                                   
CS098-2014 

LE POLITICHE IN MATERIA D’IMMIGRAZIONE DELL’UE METTONO A RISCHIO VITE E DIRITTI 

Nella loro determinazione a isolare le proprie frontiere, l'Unione europea (Ue) e i suoi stati membri stanno mettendo a rischio la vita e i diritti dei rifugiati e dei migranti, ha dichiarato Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato oggi. 

“Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d'Europa” mostra come le politiche in materia d’immigrazione dell'Ue e le prassi di controllo delle frontiere impediscano ai rifugiati di accedere all’asilo nell'Ue e mettono a rischio le loro vite nel corso di viaggi sempre piu’ pericolosi. 

"L'efficacia delle misure europee per arginare il flusso di immigrati irregolari e rifugiati e’, nella migliore delle ipotesi, discutibile. Nel frattempo, il costo in vite umane e sofferenza e’ incalcolabile e viene pagato da alcune delle persone piu’ vulnerabili del mondo", ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.    

Controllo delle frontiere 
L'Ue finanzia la propria politica in materia d’immigrazione con qualcosa come miliardi di euro. Milioni di euro vengono spesi ogni anno dagli stati membri per recinzioni, sistemi di sorveglianza sofisticati e pattugliamento delle loro frontiere. 

In un indicatore significativo delle priorita’ relative, l'Ue ha speso quasi 2 miliardi di euro per proteggere le sue frontiere esterne tra il 2007 e il 2013, ma solo 700 milioni di euro per il miglioramento della situazione di richiedenti asilo e rifugiati all’interno dell’Ue nello stesso periodo.   

L’Ue e gli stati membri stanno inoltre finanziando e cooperando con i paesi vicini, come la Turchia, il Marocco e la Libia, per creare una zona cuscinetto intorno all'Ue nel tentativo di fermare migranti e rifugiati prima ancora che raggiungano i confini dell’Europa. Allo stesso tempo stanno chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani che migranti e rifugiati soffrono in questi paesi. 

"I paesi dell'Ue praticamente stanno pagando i paesi confinanti per sorvegliare i confini al posto loro. Il problema e’ che molti di questi paesi sono spesso incapaci di garantire i diritti dei rifugiati e dei migranti che restano intrappolati li’. Molti diventano poveri, vengono sfruttati e vessati e non possono accedere all’asilo" ha affermato John Dalhuisen. 

"Gli stati membri dell’Ue non possono liberarsi dei propri obblighi sui diritti umani nei confronti di coloro che cercano di entrare nel loro territorio esternalizzando il controllo sull’immigrazione a paesi terzi. Bisogna fermare questa cooperazione". 

“Respingimenti" illegali 
Rifugiati e migranti che riescono ad arrivare alle frontiere dell'Ue rischiano di essere subito respinti indietro attraverso queste. Amnesty International ha documentato respingimenti dagli agenti di frontiera in Bulgaria e, in particolare, in Grecia, dove la pratica e’ diffusa. I respingimenti sono illegali, negare alle persone il diritto di chiedere asilo, generalmente include violenza e, a volte, mette persino in pericolo di vita. 
   
I respingimenti non avvengono solo ai confini sud orientali dell'Ue. Nel febbraio del 2014, la Guardia Civile spagnola ha aperto il fuoco con proiettili di gomma, cartucce a salve e gas lacrimogeni contro i circa 250 migranti e rifugiati arrivati a nuoto dal Marocco lungo la spiaggia verso Ceuta, l'enclave spagnola in Africa del Nord. Quattordici persone hanno perso la vita. Ventitre’ persone che sono riuscite a raggiungere la spiaggia sono state immediatamente respinte, apparentemente senza accesso a qualsiasi procedura formale di asilo. 

"Secondo l'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, ci sono piu’ persone sfollate oggi che in qualsiasi momento dopo la fine della seconda guerra mondiale. Incredibilmente, la risposta dell'Ue a questa crisi umanitaria e’ stata quella di aggravare la situazione” ha sottolineato John Dalhuisen. 

"Quasi la meta’ di coloro che cercano di entrare nell'Ue irregolarmente sono in fuga da conflitti o persecuzioni in paesi come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia e l’Eritrea. I rifugiati devono essere dotati di maggiori possibilita’ di entrare nell'Ue in modo sicuro e legale affinche’ non siano costretti a intraprendere viaggi pericolosi, in prima istanza". 

Vite perse in mare 
A fronte di sempre maggiori ostacoli per raggiungere l'Europa via terra, rifugiati e migranti prendono rotte marittime piu’ pericolose verso la Grecia e l’Italia. Ogni anno centinaia di persone muoiono nel tentativo di raggiungere le sponde dell’Europa.

Dopo le tragedie al largo delle coste dell'isola italiana di Lampedusa, dove piu’ di 400 persone hanno perso la vita nel 2013, l’Italia ha lanciato un’iniziativa di ricerca e soccorso denominata "Operazione Mare Nostrum". Ha salvato piu’ di 50.000 persone dal suo lancio nell’ottobre 2013. 

Ma non e’ sufficiente. Solo nei primi sei mesi del 2014, piu’ di 200 persone hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo e del Mar Egeo; altre centinaia mancano all’appello e si teme siano morte.  Molti di coloro che sono morti stavano chiaramente fuggendo da violenze e persecuzioni. 

"La responsabilita’ per la morte di coloro che cercano di raggiungere l'Ue e’ una responsabilita’ collettiva. Altri stati membri dell'Ue possono e devono seguire l'esempio dell’Italia e impedire alla gente di annegare in mare rafforzando gli sforzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e nell'Egeo", ha affermato John Dalhuisen. 

"Le tragedie umane che si svolgono ogni giorno ai confini dell’Europa non sono ne’ inevitabili, ne’ fuori dal controllo dell'Ue. Molte sono ad opera dell’Ue. Gli stati membri dell'Unione europea devono, finalmente, cominciare a mettere le persone prima delle frontiere". 

FINE DEL COMUNICATO                                                                                   
Roma, 9 luglio 2014 

Il rapporto “Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d'Europa” e una scheda con fatti e cifre sono online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/Politiche-immigrazione-Ue-mettono-a-rischio-vite-e-diritti 
e presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International. 

L’appello e’ online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/sos-europa 

Per interviste: 
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa 
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

giovedì 19 giugno 2014

V RAPPORTO SUI MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI

Più di 9 mila minori stranieri non accompagnati, aumentati del 98,4% in due anni. Sempre più maschi, prossimi alla maggiore età, e provenienti soprattutto dai Paesi dell'Africa, dal Bangladesh e dall'Afghanistan. E' questa, in estrema sintesi, la fotografia sviluppata dal V Rapporto Anci-Cittalia sui minori stranieri non accompagnati in Italia presentato il 5 giugno a Roma presso la sede dell'Anci.
Il Rapporto rappresenta nei fatti quasi un censimento, dato che i Comuni che hanno partecipato attivamente all'indagine rappresentano circa il 70% del totale della popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2012. Tra i dati sottolineati nel Rapporto, inoltre, il netto incremento dei Comuni di medie e piccole dimensioni impegnati nell'accoglienza, che si affiancano all'ovvia preponderanza delle città metropolitane all'interno di un contesto in cui, sottolinea lo stesso Rapporto, "i minori non accompagnati rappresentano sempre più una compenente del più vasto fenomeno migratorio ma, più specificamente, della migrazione di categorie particolarmente vulnerabili".
I dati, inoltre, sostengono le istanze dei Comuni, ribadite dal delegato all'Immigrazione dell'Anci Giorgio Pighi: ''L'istituzione del Fondo nazionale per l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati – dice - rappresenta un passo in avanti verso un'assunzione di responsabilità da parte dello Stato centrale: un percorso che va potenziato sempre più, nell'ottica della creazione di un Sistema nazionale che, sul sistema dello Sprar, operi per l'ottimizzazione delle risorse e innalzi il livello di protezione. Risulta più che mai necessario – sostiene ancora Pighi - un ripensamento delle politiche di accoglienza che, nel rispetto delle diverse responsabilità istituzionali, scongiuri il rischio di scaricare sugli enti locali la gestione di emergenze facilmente prevedibili''.

http://www.cittalia.it/index.php/item/5424-cittalia-e-anci-presentano-il-v-rapporto-sui-minori-stranieri-non-accompagnati

da Unimondo "Rifugiati: non sono altro da noi"

Nessuno di voi, probabilmente, sa che cosa significhi essere un rifugiato. Meglio così. Chi vorrebbe sapere cosa significa dover lasciare casa propria una notte, senza prendere nulla, per aver parlato con la persona sbagliata? E non tornare più indietro. Non avere un numero di telefono su cui chiamare tuo figlio. Chi vorrebbe sapere quanto può far male una goccia d’acqua, che cade continuamente sulla tua schiena, per ore, giorni, mentre tu vieni tenuto sveglio con musiche assordanti, ripetute per uccidere il tuo desiderio di cambiare? O ancora cosa significa perdere tuo padre per una bomba lanciata a caso, lasciare tua sorella agonizzante nel mezzo di un deserto, perdere la salute in una prigione lontana da tutti, maledire l’acqua dopo un viaggio alla deriva nel mare? E il tutto in una sola vita, in pochi anni sparsi nel mezzo della giovinezza, di quando noi celebriamo le estati, passiamo i pomeriggi a studiare, a sognare di diventare grandi, di viaggiare.
Nessuno di noi vuole saperlo veramente, perché saperlo significa provare a sentirlo. Preferiamo difenderci dietro lo schermo della compassione, dietro alla paura o, perché no, dietro all’ammirazione. Emozioni e sentimenti che allontanano. Che, soprattutto, non cambiano le cose. O meglio che possono farlo solo mettendo in moto altro: creatività, determinazione, responsabilità. Per questo oggi dobbiamo parlare in modo diverso di rifugiati, di migrazioni in generale.
Lo faremo in tre modi.
In primo luogo raccontando la creatività. Per ribadire che “noi stiamo con la sposa”,come avevamo già scritto su Unimondo lo scorso 24 maggio. Per chi se l’è perso, “Io sto con la sposa” è il progetto di tre registi e attivisti che hanno deciso di attraversare le frontiere europee, dall’Italia alla Svezia, organizzando un rocambolesco corteo nuziale, composto da siriani, palestinesi e italiani. L’obiettivo è mettere a nudo la violenza della frontiera. Il metodo è il gioco: giocare con le assurde limitazioni europee che impediscono a un rifugiato di scegliere in che paese vivere, secondo il così detto Regolamento di Dublino, per segnalare l’ennesima violenza che deve subire chi, come uno dei protagonisti, ha appena visto morire amici e parenti in acque europee.Un argomento terribilmente drammatico ma un trattamento pieno di ironia, che riporta alla memoria la fine della dittatura cilena, raccontata recentemente nel film “No – I giorni dell’arcobaleno”: nel referendum del 1988, la democrazia ha vinto grazie a una campagna televisiva improntata al buon umore piuttosto che alla denuncia dei crimini di Pinochet. “Io sto con la sposa” diventerà presto un film documentario, finanziato dal basso con un passaparola mediatico che ha colto nel segno. La comunicazione, però, rispecchia i tempi, raramente riesce a anticiparli: la campagna cilena ha funzionato perché la gente era stanca dell’immobilismo del regime. Siamo stanchi di costruire muri che dividono non solo europei da non europei, ma anche poveri da ricchi, vittime da carnefici? E ancora di più, di innalzare frontiere che dividono le nostre coscienze, aprono crepe nel nostro vivere democratico?
La seconda arma è quella della determinazione. Molti cambiamenti sociali sono partiti da un gruppo di persone determinate, che ne hanno coinvolte molte altre. Nasce dalla determinazione il progetto della Carta di Lampedusa, a cui Unimondo ha aderito dal dicembre 2013Una determinazione nutrita di rabbia e tristezza ma che ha radici lontane, rimesse in moto il 4 ottobre 2013. 369 persone erano appena morte a pochi metri dalle coste di Lampedusa, quasi tutti eritrei in cerca di una vita degna, e le istituzioni italiane avevano risposto con lacrime e tentativi di deviare lo sguardo, verso un’Unione Europea inevitabilmente lontana e indifferente, verso scafisti senza scrupoli.
La morte insensata di queste persone è stata però la molla che ha riacceso la determinazione di chi si batte da anni per la libertà di movimento: organizzazioni e singoli cittadini, che hanno scritto la Carta di Lampedusa ai primi di febbraio. Più che un documento, la Carta ha cercato di essere un orizzonte comune per migliaia di persone che vogliono neutralizzare le frontiere come elemento di violenza, cambiare le politiche europee per far sì che non si muoia ai confini, che il diritto d’asilo sia veramente garantito, che smettiamo di chiedere a regimi autoritari di fare il lavoro sporco, cioè di arrestare i flussi di persone, per conto dell’Europa. Una rete di persone che crede nei sogni e fa qualcosa per realizzarli: venerdì 13 giugno è stata la volta di “Make space, not borders”, un’iniziativa di protesta sotto le ambasciate europee in diverse città dell’Unione. Sabato 21 potrete invece salire sul No Borders Train, un viaggio in treno da tutta Italia verso Milano e da Milano verso i confini europei, per superarli in nome delle migliaia di rifugiati che non possono farlo o che per farlo devono affidarsi ai trafficanti.   
La terza parola, forse la più importante, è responsabilità. Un atteggiamento trasversale, che deve coinvolgere cittadini e istituzioni. Centro Astalli, l’organizzazione di supporto ai rifugiati legata al Jesuit Refugee Service, per la Giornata Mondiale del Rifugiato ha coniato lo slogan “Chi chiede asilo lo chiede a te”. Un invito a sentirsi responsabili, perché quella dei rifugiati è una questione di dignità per ogni cittadino italiano. Creare dei canali umanitari non significa solo costringere i nostri governi a cambiare politica estera, a istituire forme di ingresso regolare in Europa, a rendere effettivo il re-insediamento dei rifugiati da paesi in cui sono a rischio. Significa anche incontrare i rifugiati nelle nostre città e costruire insieme a loro risposte dignitose e proposte di cambiamento. Oltre 50 mila persone sono arrivate via mare in Italia dall’inizio del 2014. Ma altre, non sappiamo quante, sono arrivate via terra da Croazia, Slovenia, Austria. Il governo ha preparato per le prime un nuovo piano emergenziale, se possibile peggiore di quello approntato tre anni fa per i “profughi” della guerra in Libia e rivelatosi per qualcuno un grande business. Le seconde invece non hanno spesso nessuna risposta abitativa, pur ottenendo un titolo di soggiorno che garantisce una protezione.
A fronte di 20 mila posti disponibili nel sistema SPRAR e di diverse migliaia in centri di accoglienza nell’Italia meridionale, migliaia di rifugiati vivono ancora ai margini delle nostre città. Pensate: essere scappati dall’esercito perché non si vuole uccidere, essere stati catturati e detenuti subendo violenze che non si possono dire, essere stati picchiati dalla polizia alle frontiere di Turchia, Egitto, Libia, Grecia e Italia. E trovarsi infine a vivere in una casa pericolante, senza nulla, in uno stato per cui il diritto d’asilo è un principio fondamentale, stampato nella Costituzione. In un continente che dice di voler creare una “area di libertà, sicurezza e giustizia”. Probabilmente vi sentireste presi in giro, delusi, arrabbiati o disperati. Attraversare la frontiera, con tutto il carico di sofferenza che ha portato, è servito a poco, quando continuate a sperimentarla ogni giorno sulla vostra pelle.
Vittima dell’assenza di responsabilità, chi cerca rifugio è spesso costretto a diventare creativo, a essere ostinatamente determinato. Attraversare frontiere, salvarsi la vita, pensare alle proprie famiglie, tutto richiede una presenza assoluta. Per festeggiare la Giornata Mondiale del Rifugiato, vi invitiamo quindi a usare le stesse qualità per costruire un futuro migliore, una casa degna per tutti. Unimondo nasce proprio da qui: dal sogno di un mondo senza barriere. Nel 1994, agli albori del world wide web, Anuradha Vittachi, una rifugiata sri lankese figlia di giornalisti perseguitati nel proprio paese, dà il via all’avventura del portale ONEWORLD con la pubblicazione online di un dossier sui rifugiati. “Date la parola ai rifugiati – ci ha detto l’anno scorso per i 15 anni di Unimondo – dategli la possibilità di essere protagonisti della nostra società”. Per questo domani vogliamo festeggiare con voi questa giornata. Ma non fermatevi qui, agite subito.

venerdì 9 maggio 2014

Di cie si muore


Di CIE si muore.
Se ne facciano una ragione i politicanti di verde vestiti, che continuano al di là di ogni logica a propagandarli come hotel a 5 stelle.
Se ne renda conto quella massa acritica che  al muro di Gradisca e agli altri muri d'Italia si è rapidamente abituata, rigettando qualsiasi impulso a domandarsi cosa essi nascondono.
Di CIE si muore, e il 30 aprile 2014 un ragazzo è morto.
Non si è mossa foglia attorno a lui per mesi. 
Una parvenza di movimento suscitò la notizia della sua caduta dal tetto del mostro di Gradisca, ad agosto. Quell'agosto in cui una pioggia di lacrimogeni cadde sui migranti "colpevoli" di voler festeggiare la fine del Ramadan all'aperto.
Notti di agosto in cui i detenuti salirono sul tetto del CIE per vedere il cielo, sfuggire all'aria impestata dai CS e gridare ad una cittadina indifferente che non ne potevano più di quell'isolamento. 
Per un attimo sembrava che le vite dei reclusi senza nome del CIE potessero avere un valore mediatico, perché una notte di agosto Majid è caduto dal tetto, ed ha battuto la testa. 
Per un attimo solo i riflettori si sono accesi sul CIE di Gradisca mostrandolo per quello che è, un luogo di negazione, non solo di diritti ma della vita stessa.
Poi però il sipario è velocemente calato.
Calato su quei successivi giorni di caldo e ansia, in cui i compagni di sventura di Majid hanno cercato in ogni modo di rintracciare la sua famiglia in Marocco, perché sembrava che le autorità avessero altro a cui pensare, o forse non era così importante dire ad una madre che suo figlio giaceva in coma in un paese straniero.
Calato sull'ospedale di Cattinara, a Trieste, dove i finalmente rintracciati cugini di Majid, residenti in Italia, hanno cercato di fare visita al loro congiunto e si sono trovati di fronte un muro fatto di burocrazia e negligenza. Perché, disse loro una solerte dottoressa, “dall'ispettore del CIE” arrivava l'ordine di non fare entrare nessuno in quella stanza. Perché i cugini andavano identificati, non fosse mai che due finti cugini cercassero di vedere un ragazzo in coma per chissà quali loschi fini.
Nessuno si curò di renderlo noto, come se fosse normale che la longa manus del CIE arrivasse addirittura fin dentro ad un ospedale, come se Majid fosse un sorvegliato speciale, come se ci fosse un interesse superiore da tutelare nel tenerlo isolato.
Nessuno si curò neanche di facilitare la venuta del fratello di Majid dal Marocco. Perché si sa, quella frontiera che l'Europa difende a costo di migliaia di vite è invalicabile, se non si possiede un visto. E quel visto, ai familiari di Majid in Marocco, nessuno ha pensato di concederlo.
I mesi sono passati, e il silenzio è stato il fedele compagno della lotta di Majid in un letto d'ospedale. Luci spente, perché gli ultimi non saranno mai i primi, non in questa vita.
Sei giorni prima della sua morte, abbiamo chiesto al nuovo Prefetto di Gorizia se un'indagine fosse mai stata aperta su quanto accadde la sera della caduta dal tetto. “Non mi risulta”, detto con la stessa partecipazione emotiva che si potrebbe avere dicendo che no, stasera in centro non c'era traffico.
Chissà se al Prefetto risulta che questo ragazzo è morto, e se si rende conto che il CIE, diretta emanazione di uno stato segregazionista, lo ha ucciso.
Chissà se ora il Prefetto sa spiegare perché la famiglia di Majid è stata avvisata della sua morte con una settimana di ritardo.
Chissà se sa spiegare perché è stata disposta un'autopsia senza interpellare la famiglia. 
 
Abbiamo visto Majid qualche giorno prima che morisse, i suoi occhi guardavano un punto intangibile di uno spazio a noi sconosciuto. Quel ragazzo descritto dai cugini come una forza della natura stava ancora lottando, e sicuramente non ha smesso di farlo fino all'ultimo.
Noi sommessamente abbiamo lottato per lui in questi mesi, ma non è servito a tenerlo in vita.
 
Ora lottare significa fare in modo che di Majid ci si ricordi.
 
Tenda per la Pace e i Diritti

martedì 22 aprile 2014

Riammissioni dall’Italia alla Grecia: nel 2013 rimandati nel paese ellenico tre migranti al giorno

http://www.mediciperidirittiumani.org/riammissioni-dallitalia-grecia-nel-2013-rimandati-nel-paese-ellenico-migranti-giorno/


MEDU rende noti i dati 2013 e torna a chiedere al Governo italiano il rispetto dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo e dei minori non accompagnati.

Medici per i Diritti Umani (MEDU) rende noti i numeri dei migranti intercettati e riammessi in Grecia dai porti adriatici italiani nel corso del 2013. Secondo il Ministero dell’Interno, nel corso dell’anno trascorso sono stati 1.317 i migranti irregolari rintracciati negli scali marittimi di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi (nel 2012 erano stati 1.809) di cui 1.091 sono stati riconsegnati alla Grecia (1.606 nel 2012), 178 risultavano minori e 117 hanno fatto richiesta di protezione internazionale. Le riammissioni dei migranti avvengono in base ad un accordo bilaterale messo più volte in questione da molte organizzazioni per la tutela dei diritti umani sia per i suoi contenuti sia per le modalità con cui viene applicato. La rotta adriatica dei migranti rimane perciò un problema aperto sia per il carico di sofferenza umana e i rischi concreti per coloro che la affrontano sia per le gravi questioni riguardanti il rispetto dei diritti fondamentali che pone all’Italia, alla Grecia e a tutta l’Unione europea (vedi il video-reportage RIAMMESSI di Zalab).
Proseguono dunque in modo sistematico le riammissioni di migranti verso la Grecia da parte delle autorità italiane dal momento che nell’anno appena trascorso l’83 % degli stranieri intercettati ai valichi di frontiera adriatici è stato rimandato nel paese ellenico. Come documentato da MEDU nel recente rapporto PORTI INSICURI e da altre organizzazioni internazionali indipendenti, la maggior parte delle persone che vengono riammesse avrebbe tutti i requisiti per fare richiesta d’asilo in Italia provenendo per la gran parte da paesi sconvolti da drammatici conflitti interni come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia, il Sudan e l’Eritrea. Il respingimento in Grecia significa, per queste persone, tornare a vivere in condizioni inumane e degradanti in un paese piegato dalla crisi economica e da una violenza xenofoba senza precedenti, dove le possibilità di accoglienza e integrazione per i migranti sono ridotte al minimo e le tutele per i richiedenti asilo si dimostrano ancora oggi gravemente carenti.
Nel corso di un’approfondita indagine svolta in Grecia e in Italia nel corso del 2013, MEDU ha raccolto oltre cento testimonianze dirette di riammissioni sommarie di adulti e minori stranieri dai porti italiani alla Grecia. Nell’85% dei casi i migranti riammessi hanno riferito di essere stati reimbarcati nel giro di poche ore sulla stessa nave con cui erano arrivati. In otto casi su dieci i migranti riammessi hanno dichiarato di aver cercato inutilmente di comunicare alle autorità italiane la propria volontà di richiedere protezione internazionale o comunque di voler rimanere in Italia per il timore di quanto sarebbe potuto loro accadere in caso di ritorno. Questo aspetto appare particolarmente sconcertante, se si pensa che, secondo i dati ufficiali, nel corso di tutto il 2013 appena il 9% dei migranti intercettati ai valichi di frontiera adriatici ha potuto fare richiesta di protezione internazionale. Tale dato appare tra l’altro fortemente differenziato da un porto all’altro – come ad evidenziare prassi disomogenee tra le varie autorità portuali – tanto che a Bari i richiedenti asilo sono stati 65 (il 21%) mentre a Brindisi otto (il 2%) e a Venezia addirittura solo due (l’1%). I casi di riammissione di minori non accompagnati raccolti dagli operatori di MEDU sono stati 26, dei quali 16 si sarebbero verificati nei primi nove mesi del 2013. Solo in quattro casi sono state effettuate le procedure per l’accertamento dell’età prima che venisse eseguita la riammissione. In un caso su cinque i migranti hanno affermato di aver subito qualche tipo di violenza, al momento della riammissione o durante il viaggio di ritorno.
Sebbene l’Italia abbia il diritto di controllare l’accesso al proprio territorio, le politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare devono in ogni caso rispettare i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e ovviamente di soggetti particolarmente vulnerabili come i minori stranieri non accompagnati. Nel caso delle riammissioni dai porti adriatici, le numerose e approfondite testimonianze raccolte nel rapporto PORTI INSICURI dimostrano come l’Italia violi sistematicamente alcuni principi basilari sanciti dal diritto interno e internazionale quali il divieto di refoulement diretto e indiretto, il divieto di esporre i migranti al rischio di trattamenti inumani e degradanti, il divieto di espulsioni collettive. Sembrano inoltre essere sistematicamente lesi i diritti al ricorso effettivo, all’informazione, ai servizi di interpretariato e orientamento legale, a procedure adeguate di accertamento della minore età.
Sulla base di diciannove testimonianze raccolte da MEDU nel corso dell’indagine, i legali dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) hanno potuto presentare un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, denunciando numerose violazioni del diritto interno ed europeo.
Medici per i Diritti Umani torna a chiedere al Governo italiano la cessazione immediata delle riammissioni sommarie verso la Grecia e la garanzia di un reale accesso al territorio nazionale e alla protezione per i migranti che giungono ai valichi di frontiera adriatici.
Leggi TABELLA DATI 2012 – 2013
Leggi IL RAPPORTO PORTI INSICURI CON LA SINTESI
Leggi LA SCHEDA RIASSUNTIVA DEI DATI
Leggi LE TESTIMONIANZE
Vedi IL VIDEO – reportage RIAMMESSI di ZaLab

Ufficio stampa – 3343929765 / 0697844892 info@mediciperidirittiumani.org
Il rapporto PORTI INSICURI è stato realizzato da Medici per i Diritti Umani in collaborazione con ASGI e ZaLab e con il sostegno di Open Society Foundations.

lunedì 31 marzo 2014

Rapporto Amnesty sulla pena di morte nel mondo nel 2013

Al seguente link è possibile scaricare il rapporto: http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/landing/2014/06-pdm/Rapporto_pena_di_morte_2014.pdf

Di seguito il comunicato stampa che riporta le informazioni principali.

RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SULLA PENA DI MORTE NEL 2013: 
UN PICCOLO NUMERO DI PAESI RESPONSABILE DELL’AUMENTO DELLE ESECUZIONI 

Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. 

Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi – soprattutto i due mediorientali – hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento. 

“L’aumento delle uccisioni cui abbiamo assistito in Iran e Iraq e’ vergognoso. Tuttavia, quegli stati che ancora si aggrappano alla pena di morte sono sul lato sbagliato della storia e di fatto sono sempre piu’ isolati” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “Solo un piccolo numero di paesi ha portato a termine la vasta maggioranza di questi insensati omicidi sponsorizzati dallo stato e cio’ non puo’ oscurare i progressi complessivi gia’ fatti in direzione dell’abolizione”. 

Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove – sebbene le autorita’ mantengano il segreto sui dati – Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L’Arabia Saudita e’ al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d’America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni. 

Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012. 

Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in piu’ rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. 

Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi e’ stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l’anno scorso. 

Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa – Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni. 

Trent’anni fa, il numero dei paesi che avevano eseguito condanne a morte era stato di 37. Il numero era sceso a 25 nel 2004 ed e’ ulteriormente sceso a 22 l’anno scorso. Nell’ultimo quinquennio, solo nove paesi hanno fatto ricorso anno dopo anno alla pena capitale. 

“Il percorso a lungo termine e’ chiaro: la pena di morte sta diventando un ricordo del passato. Sollecitiamo tutti i governi che ancora uccidono in nome della giustizia a imporre immediatamente una moratoria sulla pena di morte, in vista della sua abolizione” – ha concluso Shetty. 

In molti paesi che ancora vi ricorrono, sottolinea il rapporto di Amnesty International, la pena di morte e’ circondata dal segreto e in alcuni casi le autorita’ neanche informano le famiglie e gli avvocati - per non parlare dell’opinione pubblica – sulle esecuzioni in programma. 

Metodi e reati 

I metodi d’esecuzione usati nel 2013 comprendono la decapitazione, la somministrazione di scariche elettriche, la fucilazione, l’impiccagione e l’iniezione letale. Esecuzioni pubbliche hanno avuto luogo in Arabia Saudita, Corea del Nord, Iran e Somalia. 

Persone sono state messe a morte per tutta una serie di crimini non letali tra cui rapina, reati connessi alla droga, reati economici e atti che non dovrebbero essere neanche considerati reati, come l’adulterio o la blasfemia. Molti paesi hanno usato vaghe definizioni di reati politici per sbarazzarsi di reali o presunti dissidenti. 

Dati regionali 

Medio Oriente e Africa del Nord 

In Iraq, per il terzo anno consecutivo, c’e’ stato un profondo aumento delle esecuzioni, con almeno 169 persone messe a morte, quasi un terzo in piu’ del 2012, prevalentemente ai sensi di vaghe norme antiterrorismo. 

In Iran, le esecuzioni riconosciute ufficialmente dalle autorita’ sono state almeno 369, ma secondo fonti attendibili centinaia di altre esecuzioni sarebbero avvenute in segreto, innalzando il totale a oltre 700. 

L’Arabia Saudita ha continuato a usare la pena di morte come nei due anni precedenti, con almeno 79 esecuzioni nel 2013. Per la prima volta da tre anni e in violazione del diritto internazionale, sono stati messi a morte tre minorenni al momento del reato. 

Se si esclude la Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno totalizzato l’80 per cento delle esecuzioni del 2013. 

Tra i limitati passi avanti, non vi sono state esecuzioni negli Emirati Arabi Uniti e il numero delle condanne a morte eseguite in Yemen e’ diminuito per il secondo anno consecutivo. 

Africa 

Nell’Africa subsahariana solo cinque paesi hanno eseguito condanne a morte: Botswana, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Sudan, col 90 per cento delle esecuzioni registrato in Nigeria, Somalia e Sudan. In Somalia, le esecuzioni sono aumentate da sei nel 2012 ad almeno 34 nel 2013. 

In Nigeria, dopo una dichiarazione del presidente Goodluck Jonathan che aveva ridato via libera alle esecuzioni, sono stati impiccati quattro prigionieri: si e’ trattato delle prime esecuzioni dopo sette anni. 

Diversi stati, tra cui Benin, Ghana e Sierra Leone, hanno fatto registrare passi avanti importanti, attraverso modifiche costituzionali o emendamenti al codice penale volti all’abolizione della pena di morte. 

Americhe 

Ancora una volta, gli Stati Uniti d’America sono stato l’unico paese della regione a eseguire condanne a morte, sebbene le esecuzioni, 39, siano state quattro di meno rispetto al 2012. Il 41 per cento delle esecuzioni ha avuto luogo in Texas. Il Maryland e’ diventato il 18esimo stato abolizionista. 

Diversi stati caraibici hanno svuotato i bracci della morte per la prima volta da quando, negli anni Ottanta, Amnesty International ha iniziato a seguire l’andamento della pena di morte in quella zona. 

Asia 

Il Vietnam ha ripreso a eseguire condanne a morte, cosi’ come l’Indonesia, dove dopo una pausa di quattro anni sono state messe a morte cinque persone, tre delle quali per traffico di droga. 

La Cina ha continuato a mettere a morte piu’ persone del resto del mondo messo insieme, ma a causa del segreto di stato e’ impossibile ottenere informazioni realistiche. Vi sono stati piccoli segnali di progresso, con l’introduzione di nuove disposizioni legali nei casi di pena di morte e con l’annuncio della Corte suprema che sarebbe stata posta fine all’espianto degli organi dei prigionieri al termine dell’esecuzione. 

Nessuna esecuzione e’ stata segnalata da Singapore, dove diversi prigionieri hanno ottenuto la commutazione della condanna a morte. 

L’area del Pacifico e’ rimasta libera dalla pena di morte, nonostante il governo di Papua Nuova Guinea abbia minacciato di riprendere le esecuzioni. 

Europa e Asia centrale 

Per la prima volta dal 2009, in quest’area non vi sono state esecuzioni. Il solo paese che ancora si aggrappa alla pena capitale e’ la Bielorussia, dove comunque nel 2013 non sono state eseguite condanne. 

Ulteriori informazioni 

Al link http://appelli.amnesty.it/pena-di-morte-2013 e’ possibile navigare un’infografica interattiva sulla pena di morte nel mondo nel 2013; scaricare le mappe e il rapporto “Condanne a morte ed esecuzioni nel 2013”; il documento di fatti e cifre e firmare l’appello per Hussain Almerfedi, detenuto nella base navale statunitense di Guantánamo Bay dal 2003 e che, se accusato di avere aiutato combattenti stranieri, rischia la pena di morte. 

FINE DEL COMUNICATO                                                                                 
Roma, 27 marzo 2014 

Per interviste: 
Amnesty International Italia – Ufficio Stampa 
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it